Informazioni personali

Ha conseguito il Dottorato in Bioetica. E' * Professore a contratto presso Ateneo Pontificio "Regina Apostolorum" * Cultore della materia presso Università degli Studi di Roma "Tor Vergata" * Membro del Comitato Scientifico dell'associazione "Scienza&Vita" di Latina

giovedì 24 marzo 2011

..ABORTO

P.PAVONE - G.BRAMBILLA, Se questo è un uomo, in http://www.portaledibioetica.it/documenti/002505/002505.htm

L'interruzione volontaria della gravidanza, fenomeno che ha acceso in passato e accende tuttora un forte dibattito, sia per i problemi di ordine sociale e legislativo, sia per la gravità degli interrogativi di ordine etico che solleva, si impone all’attenzione del vasto pubblico e rappresenta un momento di crisi, di autonoma scelta, facendo emergere con particolare evidenza le diverse opinioni culturali presenti nella nostra società.

Quest’articolo, analizzando attraverso diverse prospettive il tema dell’aborto vuole offrire un’occasione di riflessione e di dialogo, pur cosciente di recare con sé la voce di proprie convinzioni religiose ed etiche.

Ci proponiamo, quindi, 1) di riportare i termini essenziali della legislazione in vigore oggi e, in particolare, della L. n. 194 del 22 Maggio 1978; 2) ad osservare la vita intrauterina del feto e il suo lento e progressivo sviluppo; 3) a presentare la Sindrome post-abortiva che si ripercuote sulla donna che decide di interrompere la gravidanza; 4) ad esporre alcune considerazioni sul diritto alla vita umana.

Da Popin 1994 ricaviamo alcuni dati

In 190 paesi il 91% degli aborti è ammesso per un rischio di vita della madre In Europa(43 paesi) il 93% degli aborti è ammesso in caso di rischio di vita della madre e il 53% per semplice richiesta In Italia abortiscono 9,6% donne in età fertile su 1000 In Italia nel 1999 7,3 donne su 1000 di età inferiore ai 20 anni hanno abortito Nel 1997 il 32,5% delle donne straniere che vivono in Italia hanno abortito clandestinamente Nel mondo si calcolano 1.380.000.000 di donne; tra queste il 60% abortisce ogni anno Dal 1978 è in vigore una legge che regola l’interruzione volontaria della gravidanza.

LEGGE n. 194; 22 MAGGIO 1978 NORME PER LA TUTELA SOCIALE DELLA MATERNITA' E SULLA INTERRUZIONE VOLONTARIA DI GRAVIDANZA. Dall'articolo 1 si legge:

Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio.

L'interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite. L'articolo 4 è integrale.

Per l'interruzione volontaria della gravidanza entro i primi novanta giorni, la donna che accusi circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psicofisica, in relazione al suo stato di salute o alle sue condizioni economiche ,sociali o famigliari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento o a previsioni di anomalie o malformazioni del feto, si rivolge ad un consultorio pubblico istituito ai sensi dell'articolo 2, lettera a), della L. n. 405 del 29 Luglio 1975, o a una struttura socio-sanitaria a ciò abilitata dalla regione, o a un medico di sua fiducia.

L'articolo 6 è integrale.

L'interruzione volontaria della gravidanza. Dopo i primi novanta giorni, può essere praticata quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna;

quando siano certi processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro,che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna.

L’articolo 1 afferma che lo Stato “tutela la vita umana dal suo inizio”. Dove inizia la vita? A quale stadio l’embrione può essere considerato un organismo vivente? Interrogativi che dividono laici e Chiesa. Mentre la scienza cerca di dare una risposta che prescinde da ogni valutazione etica.

E. S. Freud nel 1925 affermava che tra la vita intrauterina e l’infanzia vera e propria vi è molta più continuità di quanto lasci credere l’impressionante cesura dell’atto della nascita. Così’ per esempio, si può constatare che i movimenti che il neonato compie dopo la nascita non sono appresi in quel momento, ma sono la continuazione e lo sviluppo di quelli che egli compiva prima di nascere. Essi sono incominciati circa nella ottava settimana di gestazione e sono poi progressivamente cresciuti in diversificazione e complessità . Il nascituro, proprio per le sue particolarità, è considerato in modo globale e unitario, quale realtà indivisibile; Graber, uno dei padri della psicologia prenatale, afferma: nell’embrione di ogni organismo è già contenuta la sua futura formazione, così come nella cellula fecondata c’è già l’uomo.

Non ha dubbi Markkus Seppala, finlandese, ex presidente della Federazione di Ostetricia. La vita comincia dal concepimento, ha detto durante la lettura magistrale che ha aperto una delle tavole rotonde al congresso della Società italiana di Ginecologia e Ostetricia in corso a Roma. Le sue affermazioni si basano su studi avviati già negli anni ’80, ma che negli ultimi tempi hanno avuto un’accelerazione grazie alle ricerche sull’origine della sterilità. Si è visto in maniera sempre più convincente che fin dai primisssimi stadi, quindi subito dopo la fecondazione, l’embrione manifesta funzioni vitali.

Oggi si può affermare che il nascituro è: Un essere senziente che percepisce i propri stimoli e i rumori, chevive la sofferenza e il dolore, che è particolarmente sensibile e attento alla propria madre, al suo stile e comportamento, per esempio alimentare, perché percepisce attraverso il liquido amniotico il gusto degli alimenti, e che è in grado di rilevare e percepire gli stimoli tattili, uditivi e visivi che provengono dall’esterno;

Un essere dotato di una propria individualità fatta di caratteristiche e tendenze proprie, di specifiche preferenze, bisogni e interessi (e l’indagine ecografica lo conferma).

La persuasione di una sostanziale unità tra la vita dell'essere umano prima e dopo la nascita trova sempre nuovo sostegno e conferma anche nei dati della genetica. Dalla fusione di uno spermatozoo con la cellula uovo sussiste una nuova individualità umana chiamata zigote, che rappresenta la fase monocellulare della storia di ogni individuo. Essa contiene un patrimonio genetico originale sia a quello della madre, sia a quello del padre. Dal concepimento, quindi, non si dà puro e semplice sviluppo di qualcosa che era prima, ma una vera novità, una nuova individualità umana.

E ciò avviene attraverso uno sviluppo che non conosce salti "qualitativi", anzi, ontologici da una specie all'altra; la scienza non conosce un momento in cui ci sia il passaggio dall'essere NON-UOMO all'essere UOMO : l'uomo non diventa uomo, ma è uomo, e, precisamente, in ogni fase del suo sviluppo.

Pare, però, da come recita un passo dell’articolo 6, qui riportato integralmente, che non avvenga sempre in questi termini. Alla luce infatti, di quanto recita il medesimo, il consenso della legge d'interruzione volontaria di gravidanza anche dopo i 90 giorni mira ad evitare di mettere al mondo un minorato gravissimo e non è secondaria in questa valutazione la considerazione che l'assenza delle facoltà mentali venga a togliere all'animale antropoide il suo carattere specificamente umano (F. Terranova, “Procreazione responsabile e controllo delle nascite”); dunque nella supposizione che l'appartenenza alla specie umana, e quindi alla sua dignità e ai suoi diritti, non sia una caratteristica che si possa acquisire o perdere in ragione delle condizioni di salute in cui uno si trova a vivere.

Che fare qualora siano rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro a volgere la donna verso una scelta quale l’aborto?
Ci sembrano allora interessanti alcune esperienze come quelle riportate dal dr. Philippe Schepens, segretario generale della Federazione Mondiale dei medici per il rispetto della vita umana.

Durante il II trimestre della sua gravidanza, che fino ad allora era trascorsa senza problemi, il ginecologo della protagonista di questo caso vide sull'ecografia che il bambino era anencefalo (n.d.r. l'anencefalo è un bambino che possiede solo le zone inferiori del cervello e che vive fino alla nascita, ma muore sempre dopo poche ore). Un'amniocentesi confermò ulteriormente questa diagnosi e il ginecologo propose di eliminare il bambino con isterectomia ,una specie di "mini cesareo" in cui il feto viene addormentato con laparotomia e infine gettato dopo la morte. La giovane donna, spaventata dalla diagnosi terribile di anencefalia, fu rassicurata dal ginecologo, che trovò l'aborto la migliore soluzione per evitare il trauma psichico che sarebbe conseguito alla nascita di un bambino destinato a morire subito dopo la nascita. Ella firmò il suo consenso. L'illusione della liberazione fu purtroppo di breve durata.
Si può dire, in generale, che molte donne dopo l'aborto accusano i medici di non averle informate, o non abbastanza, sulle possibili tardive conseguenze psicologiche.

Ecco le conseguenze per la donna che ha abortito secondo l'ELLIOT INSTITUTE FOR SOCIAL SCIENCES RESEARCH :

il 90% di queste donne soffre di danni psichici nella stima che esse hanno di se stesse;

il 50% comincia o aumenta il consumo di bevande alcoliche e/o di droga;

il 60% è soggetto a idee di suicidio;

il 20% soffre molto gravemente di sintomi di tipo "stress post-traumatico il 52% soffre di risentimenti, e, insieme, di sentimenti di odio verso le persone che le hanno spinte a commettere l'aborto.

L'apparire di turbe organiche conseguenti a questo stato di shock psicologico è ugualmente difficile da quantificare, ma molte donne soffrono di disturbi ginecologici dopo l'aborto. Tra questi l'amenorrea (assenza di mestruazioni) prolungata e dolori persistenti al seno. Questi disturbi, che possono spesso durare degli anni dopo l'aborto, non si possono spiegare unicamente come la conseguenza chirurgica di questo intervento.

Si è ben lontani, allora, dai luoghi comuni instancabilmente riportati nella stampa favorevole all'aborto: osar dire che le donne sono "sollevate" dopo un aborto mette in evidenza una sottile disinformazione. Dunque, respingendo fermamente la formula pro choice (per la scelta), occorre schierarsi con coraggio per la formula pro woman, cioè per una scelta che sia VERAMENTE a favore della donna.

Tuttavia, da parte dei sostenitori della legge, la questione viene presentata come diritto della donna a unalibera scelta nei riguardi della vita che già esiste in lei, che già porta in grembo: la donna dovrebbe avere il diritto ( risale a qualche anno fa lo slogan: l'utero è mio, lo gestisco io)di scegliere tra il dare e il togliere la vita al bambino.
E' doveroso riconoscere che in questo campo siamo testimoni di vere tragedie umane. Molte volte, si sa, la donna è vittima dell'egoismo maschile. Ricordiamo per esempio le giovani che sono state sottoposte alla tremenda prova della violenza sessuale nella ex-Jugoslavia.

Per una donna accettare il figlio della violenza rasenta l'eroismo. Quali parole si potranno mai rivolgere a queste donne per esortarle a non rispondere ad una violenza con una violenza ancora più grande ? Con massima chiarezza, solidarietà e sostegno andrà in ogni caso ribadito che il nascituro, non avendo nessuna responsabilità in quanto di deprecabile è accaduto, è innocente e non può, perciò, in nessun modo considerato un aggressore. Mentre, la legalizzazione dell'interruzione di gravidanza non è nient'altro che l'autorizzazione data all'uomo adulto, con l'avvallo della legge istituita ,a privare della vita l'uomo non nato e, perciò, incapace di difendersi.

Il DIRITTO ALLA VITA rappresenta la base di ogni diritto, ma,proprio in un’epoca in cui si proclamano solennemente i diritti inviolabili della persona e si afferma pubblicamente il valore della vita, lo stesso diritto alla vita viene praticamente negato e conculcato, in particolare nei momenti più emblematici dell’esistenza, quali il nascere e il morire.
Diritto alla vita significa diritto a venire alla luce e poi a perseverare nell'esistenza fino al suo naturale estinguersi.
A questo punto vorremmo far notare al nostro lettore che, volutamente, abbiamo presentato alla sua curiosa attenzione solo i casi più estremi che possono spingere una donna ad interrompere la gravidanza: una malattia del feto, e a questo proposito abbiamo riportato l'esperienza del bimbo anencefalo; oppure una violenza , e abbiamo ricordato i soprusi inflitti alle donne bosniache durante la guerra nella ex-Jugoslavia. E, sempre volutamente, abbiamo lasciato per ultimo il caso, la categoria di donne, di coppie, di medici che praticano l'aborto come metodo contraccettivo. Questo, incredibile a dirsi, è un fenomeno dilagante, tanto più che dal dr.Schepens prendiamo atto che in più del 95% dei casi la motivazione che porta all'aborto non è neppure un'indicazione medica.
Ben venga una legge creata con la convinzione e l'obiettivo di abolire gli aborti clandestini...Peccato ,però, che quello che si è ottenuto è stato un ABUSO di questa pratica, che qualcuno chiama libertà. Quindi libertà significa poter fare e poter fare significa violenza; significa che come posso, come sono libero di fare una corsa, sono anche libero di fare una violenza !

Certo, se nella mia libertà uccido un uomo lo Stato mi condanna perché sono un assassino; se nella mia medesima libertà voglio abortire, invece, mi approva, anzi, crea addirittura una legge per darmi le condizioni migliori per farlo.
Ma se questo è un uomo...

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